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SINOSSI:
Nell’aprile del 1992 il cinquantenne Hidajet, manager di un’azienda di Stato, ateo di etnia musulmana e fervente ammiratore di Tito, in poche ore si ritrovò con tutta la famiglia in prima linea. Era costretto a combattere nelle trincee di Sarajevo contro i ‘cetnici’, la milizia riemersa dai sepolcri della storia, che gli aveva ammazzato il padre partigiano nel 1942, prima ancora che lui nascesse. Hidajet, pur imbracciando le armi, lottava per non assuefarsi alla morte e non accettare una guerra così inspiegabile e avvolta da una ragnatela d’interessi inconfessabili. In città anche la sua famiglia era in prima linea. Nella casa sotto il fuoco dei cecchini e dell’artiglieria, la madre Muniba, già partigiana di Tito, e la moglie Gordena, serbo-montenegrina con nonni croati e italiani, difendevano ogni giorno le loro radici multietniche e resistevano all’assedio. Senza luce, senz’acqua, senza cibo, sostenevano Hidajet e Nebojsa, il figlio ventenne di Hidajet e Gordena, che studiava pittura e scultura all’Accademia, e passava tre giorni la settimana tra colori, pennelli, tele, sculture e quattro al fronte, con un fucile di precisione tra le mani. A vent’anni dalle prime riprese del film, Hidajet e i suoi familiari sono tornati a raccontare l’assedio. Muniba ha novantasei anni e vorrebbe morire senza vedere la quarta guerra della sua vita. Hidajet, dopo essere andato in pensione, si è laureato in letteratura e in una raccolta di poesie ha scritto: ‘Noi, gli ultimi del mondo di mezzo. Noi, tra i morti e i vivi’. Gordena è sempre afflitta e disperata per il suo paese oggi diviso in entità diverse in mano anche ai profittatori di guerra. Nebojsa è ormai un artista conosciuto a livello internazionale, ma punto da amarezza profonda. ‘La guerra è stata persa da tutti in ugual modo. E non solo abbiamo perso la guerra, ma abbiamo perso anche la pace’. Venti primavere sono passate, ma la lotta seguita ancora.
Nell’aprile del 1992 il cinquantenne Hidajet, manager di un’azienda di Stato, ateo di etnia musulmana e fervente ammiratore di Tito, in poche ore si ritrovò con tutta la famiglia in prima linea. Era costretto a combattere nelle trincee di Sarajevo contro i ‘cetnici’, la milizia riemersa dai sepolcri della storia, che gli aveva ammazzato il padre partigiano nel 1942, prima ancora che lui nascesse. Hidajet, pur imbracciando le armi, lottava per non assuefarsi alla morte e non accettare una guerra così inspiegabile e avvolta da una ragnatela d’interessi inconfessabili. In città anche la sua famiglia era in prima linea. Nella casa sotto il fuoco dei cecchini e dell’artiglieria, la madre Muniba, già partigiana di Tito, e la moglie Gordena, serbo-montenegrina con nonni croati e italiani, difendevano ogni giorno le loro radici multietniche e resistevano all’assedio. Senza luce, senz’acqua, senza cibo, sostenevano Hidajet e Nebojsa, il figlio ventenne di Hidajet e Gordena, che studiava pittura e scultura all’Accademia, e passava tre giorni la settimana tra colori, pennelli, tele, sculture e quattro al fronte, con un fucile di precisione tra le mani. A vent’anni dalle prime riprese del film, Hidajet e i suoi familiari sono tornati a raccontare l’assedio. Muniba ha novantasei anni e vorrebbe morire senza vedere la quarta guerra della sua vita. Hidajet, dopo essere andato in pensione, si è laureato in letteratura e in una raccolta di poesie ha scritto: ‘Noi, gli ultimi del mondo di mezzo. Noi, tra i morti e i vivi’. Gordena è sempre afflitta e disperata per il suo paese oggi diviso in entità diverse in mano anche ai profittatori di guerra. Nebojsa è ormai un artista conosciuto a livello internazionale, ma punto da amarezza profonda. ‘La guerra è stata persa da tutti in ugual modo. E non solo abbiamo perso la guerra, ma abbiamo perso anche la pace’. Venti primavere sono passate, ma la lotta seguita ancora.
